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GOOD BYE ART. 24 DELLA COSTITUZIONE
Sonia Limura    29/04/2016

Oggi ho deciso di trattare un tema sul quale, chi si occupa di civile, amministrativo e tributario, si imbatte quotidianamente.

Ebbene si, utilizzo il verbo imbattersi in quanto credo proprio che sia quello più idoneo a descrivere il momento in cui, avendo appreso che per l’iscrizione a ruolo di un atto del valore di € 6.000,00 occorreranno ben 237,00 € di Contributo Unificato. a cui dovrà aggiungersi un’ulteriore marca forfettaria di €27,00, lo si deve comunicare al cliente. Per non parlare poi del Contributo Unificato. in materia amministrativa e tributaria.

Le reazioni della gente sono diverse le une dalle altre, ma, senz’altro, accomunate da un comune denominatore: lo sconforto! a cui, il più delle volte si associa l’incredulità ed il sospetto che quella somma indicata, magari, vada a finire nelle tasche dell’avvocato.

Consideriamo che il DPR 115 del 2002, disciplinante le norme sulle spese di giustizia, è stato più volte modificato, con l’introduzione di costanti aumenti degli importi dei costi di accesso alla giustizia, senza che il legislatore tenesse conto della devastante crisi economica  che, nel giro di pochi anni, non solo, ha drasticamente ridotto la capacità reddituale delle famiglie, ma ha altresì incrementato in maniera cospicua il numero dei poveri nel nostro paese.

Certo il DPR 115 del 2002 riconosce ai meno abbienti, il diritto di accesso al patrocinio a spese dello Stato. A tal fine è necessario che il richiedente sia titolare di un reddito annuo imponibile, risultante dall'ultima dichiarazione, non superiore ad euro 11.528,41.
Ma se l'interessato convive con il coniuge o con altri familiari, il reddito è costituito dalla somma dei redditi conseguiti nel medesimo periodo da ogni componente della famiglia, compreso l'istante.

Per quanto apprezzabile sia il tentativo di tutelare le fasce più deboli della popolazione, è da evidenziarsi che una famiglia che percepisce un reddito annuo di 12.000,00 €, di poco superiore quindi agli 11.528,41, è una famiglia che ha enormi difficoltà ad affrontare il quotidiano, figuriamoci, qualora dovesse affrontare anche il pagamento del Contributo Unificato..

Ritengo che un discorso analogo possa essere effettuato anche nei confronti di un nucleo familiare composto da una sola persona, in particolar modo, quando lo stesso ottempera a tutti gli obblighi fiscali e previdenziali, che rappresentano un carico economico di per sé già gravoso.

E’ evidente che potrei continuare al lungo, ma ciò che mi preme mettere in luce è che l’accesso alla tutela giurisdizionale è oggigiorno diventato appannaggio di chi dispone di maggiori risorse economiche.

Dunque, l’articolo 24 della nostra cara Carta costituzionale subisce una chiara limitazione nella sua applicazione, laddove non tutti i cittadini hanno garantita la tutela dei loro diritti.

Come recita lo stesso articolo al secondo comma “La difesa è diritto inviolabile -e ribadisco inviolabile- in ogni stato e grado del procedimento”. Purtroppo le circostanze fattuali, determinate da norme contrarie al principio di uguaglianza, hanno accentuato lo squilibrio nella bilancia dei diritti costituzionalmente garantiti a discapito di chi appartiene alle classi economicamente più disagiate.

Tra l’altro, è da evidenziare che il continuo aumento dell’ammontare del contributo unificato, registrato negli ultimi anni, nonostante non fosse motivato da intenti deflattivi del contenzioso, di fatto ha rappresentato per molti un deterrente al ricorso alla tutela giurisdizionale.

Ed infatti non sono poche le testimonianze di alcuni colleghi, ai quali è capitato che dei clienti abbiano deciso di rinunciare ad adire le vie legali proprio in virtù dell’impossibilità di provvedere al pagamento delle spese di giustizia.

Ciò rappresenta davvero un colpo duro ad uno dei principi cardine della democrazia in particolar modo quando la rinuncia ha ad oggetto non già beni materiali, ma diritti di natura non patrimoniale, come il diritto alla tutela del posto di lavoro.

Tale problema, che pregiudica principalmente i diritti degli utenti finali, cioè dei cittadini appartenenti alle fasce più deboli della popolazione, finisce per riguardare anche chi è preposto alla funzione sociale di tutore del diritto di difesa, ovvero gli avvocati.

Ed infatti, rinunciare ad agire in giudizio, vuol dire anche non affidare il mandato al proprio difensore, se non addirittura revocarlo.

Sarebbe, pertanto auspicabile, un intervento legislativo che adeguasse, l’ammontare del Contributo Unificato. a degli scaglioni reddituali ben definiti, anche alla luce del principio costituzionale della progressività della capacità contributiva.

Concludo dicendo che i costi di accesso alla giustizia non sono chiaramente l’unico problema che caratterizza la crisi della giustizia italiana, ma ne rappresentano di certo uno dei principali problemi a cui occorrerebbe porre rimedio.

Avv.Sonia Limura

M.G.A. Catania





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