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La vicenda Cucchi e i traditori dello Stato: il punto di vista di MGA.
Valentina Martini MGA - Dipartimento diritti umani    16/10/2018

Il processo relativo all'omicidio di Stefano Cucchi, e le ultime ammissioni da parte di uno degli agenti che presero parte al pestaggio dello stesso, avrà dei risvolti e delle conseguenze importanti per tutti. Per gli operatori del diritto, per la società civile tutta - politica e politicanti compresi - e per il cittadino comune.

Perché ormai è chiaro che nei processi, giudici, pubblici ministeri e anche avvocati, non potranno non sentire il peso di quanto accaduto, e soppesare sempre, da oggi, dichiarazioni, relazioni o annotazioni che troppo spesso vengono prese come veritiere solo per il fatto di provenire dalle forze dell'ordine.

Ciò che nove anni fa sembrava essere un muro di omertà invalicabile ed indistruttibile oggi è invece un varco, uno squarcio di verità che getta le basi per un cambiamento nell'operato delle forze dell'ordine.

Che ad oggi, come risulta evidente dai casi di Cucchi e simili a quello di Cucchi, hanno operato sotto una cortina di impunità e compiacenza, di coperture fra colleghi e di pesanti silenzi e timori di ritorsioni.

Non è possibile entrare vivi in una caserma, o in un carcere o in un ospedale, ed uscirne morti.

Non è possibile perché in tutti questi casi la nostra vita è affidata allo Stato, che dovrebbe essere il primo e principale responsabile e tutore della nostra vita ed incolumità.

Non è possibile e non è tollerabile che proprio lo Stato al quale viene affidata l'integrità e la vita di una persona sia non solo il principale colpevole di un omicidio avvenuto fra le proprie mura, ma altresì il complice connivente di sé stesso.

La vicenda di Stefano, la determinazione della sorella Ilaria, la lotta di una famiglia per la verità, l'incredibile lavoro di un collega che segue da anni le famiglie che hanno subito un abuso in divisa, ci hanno insegnato che non c'è muro che non sia invalicabile.
Con fermezza, determinazione, spesso anche dolore e rabbia. Ma con la voglia bruciante di avere verità, di averla e farla conoscere a tutti. Per poter cambiare le cose.
A noi tutti spetta imparare la lezione e portarla avanti, seguirne il solco e non solo chiedere giustizia per tutti i casi di omicidi di Stato ma anche scardinare quella logica di omertà e connivenze che caratterizzano purtroppo tanti ambiti del nostro vivere quotidiano.
Spetta a noi prima di tutto come operatori del diritto.
Perché il film su Stefano ci ha insegnato che i primi a poter salvare una vita umana siamo proprio noi, anche solo guardando in faccia un imputato.

 





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