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La chiusura dei porti è illegale.


Francesca Pesce, Valentina Martini - MGA Dipartimento Diritti Umani     13/06/18

 

La gestione dei flussi migratori ed i doveri di solidarietà, soccorso in mare ed accoglienza trasformati in un braccio di ferro autocratico consumato sulla pelle di 629 persone, tra cui bambini in tenerissima età, donne in evidente stato di gravidanza e uomini provati dalle torture subite in Libia.

La decisione, assunta congiuntamente dal Ministro degli Interni Salvini ( Lega) e dal Ministro delle Infrastrutture Toninelli (M5S), di chiudere i porti italiani ed impedire l’approdo della nave “Aquarius” di SOS Mediterranee e Medici senza Frontiere, con a bordo vite recuperate al largo delle coste libiche, rappresenta un atto scellerato e senza precedenti che muta il quadro politico istituzionale ed incancrenisce la difficile situazione legata al soccorso di vite umane nel Mediterraneo.

L’ultimo atto di una campagna d’odio che è giunta al culmine, negando e rifiutando i principi cardine dell’ordinamento nazionale e sovranazionale.


Sono stati tre battelli della Guardia costiera italiana, partiti da Lampedusa, ad operare i primi soccorsi in acque internazionali, trasferendo quindi i naufraghi sulla Nave “Aquarius”, su ordini ricevuti dai comandi della Guardia Costiera di Roma (MRCC). In Italia l’MRCC di Roma ha il compito di assicurare l’organizzazione efficiente dei servizi di ricerca e salvataggio nell’ambito dell’intera regione di interesse italiano sul mare ( c.d. zona SAR in ossequio alle disposizioni contenute nella Convenzione di AMBURGO). 


Nonostante il salvataggio in mare avvenuto sotto il coordinamento della guardia costiera italiana ed operato da tre battelli della guardia costiera italiana, l’MRCC di Roma aveva ordinato il trasferimento dei naufraghi sulla nave della ONG “Aquarius”. Solo in un secondo momento gli stessi comandi, su diktat del ministro dell’interno, hanno negato un porto di sbarco in Italia. E ciò è avvenuto nonostante le norme internazionali a cui l’Italia è vincolata, violate in massa da un Governo irresponsabile ed arrogante.

Nel caso di specie doveva, infatti, immediatamente trovare applicazione l’art. 18, par. 2 della Convenzione UNCLOS, la quale prevede che lo Stato costiero non può invocare una violazione del diritto di passaggio inoffensivo né obbligare la nave straniera a riprendere il largo. Conseguentemente, lo Stato costiero, nel cui mare territoriale, o nelle vicinanze del quale, si trovi una nave in una situazione di pericolo è il titolare primario dell’obbligo di portare soccorso ed è responsabile della conclusione del salvataggio.

La nave che si trova quindi in una situazione di pericolo implicante una minaccia per la vita delle persone a bordo, qualsiasi sia lo status di questi passeggeri, gode di un “diritto” di accesso al porto.

Il diritto del mare e la Costituzione italiana (art. 2) si fondano sulla solidarietà quale dovere inderogabile. Il diritto internazionale impone agli Stati di obbligare i comandanti delle navi che battono la propria bandiera nazionale a prestare assistenza a chiunque venga trovato in mare in pericolo di vita, di informare le autorità competenti, di fornire ai soggetti recuperati le prime cure e di trasferirli in un luogo sicuro. La Convenzione SAR di Amburgo del 1979 impone un preciso obbligo di soccorso e assistenza delle persone in mare ed il dovere di sbarcare i naufraghi in un porto sicuro indicato dal Paese che ha assunto il ruolo di Autorità SAR competente, l’Italia dunque.

E’ indubbio come la nave soccorritrice sia un luogo puramente provvisorio di salvataggio, il cui raggiungimento non coincide con il momento terminale delle operazioni di soccorso. La definizione di “luogo sicuro” di approdo da cui dipende la previsione di adempimento delle norme pattizie, è una località dove le operazioni di soccorso si considerano concluse e dove la sicurezza dei sopravvissuti o la loro vita non sia più minacciata.

Non basta, dunque, affermare che la nave “Aquarius” non si trovi in stato di pericolo attuale per escludere l’applicabilità della normativa internazionale. Lo sbarco in un porto sicuro, e solo questo, conclude le operazioni di soccorso, permanendo in capo allo Stato che ha operato e coordinato le operazioni di soccorso, l’obbligo di garantire quella sicurezza, che a bordo di una nave sovraffollata e con limitate possibilità di cure mediche e di rifornimenti primari, non è possibile garantire.

Ad oggi, alla luce della dichiarata impossibilità di raggiungere altri porti, Valencia compresa, la situazione umanitaria, di fatto ha raggiunto il livello emergenziale a bordo di una nave che può ospitare 500 persone e che attualmente ne ha accolte 629; scarseggiano i rifornimenti ed i naufraghi a bordo, dai bambini alle donne incinte, agli uomini vittime delle torture operate nei campi di detenzione in Libia, hanno tutti bisogno di cure mediche che l’equipe di Medici senza Frontiere non può fronteggiare in mare aperto ed a bordo di una nave che ha un numero di occupanti di gran lunga superiore alla sua portata. Viepiù che le persone soccorse in mare ed oggi a bordo dell’Aquarius rientrano nella giurisdizione italiana, ai sensi dell’art. 1 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. 

In questo contesto la chiusura dei porti ad una nave che trasporta migranti soccorsi sotto il coordinamento delle autorità italiane è un’evidente violazione della convenzione sulla salvaguardia della vita umana in mare (Convenzione Solas, firmata a Londra nel 1974 e ratificata dall’Italia nel 1980), della convenzione internazionale sulla ricerca ed il soccorso in mare (Convenzione Sar, firmata ad Amburgo nel 1979 e ratificata dall’Italia nel 1989) e della convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Convenzione Cnudm o Unclos adottata a Montegobay nel 1982 e ratificata dall’Italia nel 1994). 

Quello che si sta realizzando configura, dunque, un respingimento collettivo, reato per cui l’Italia è già stata condannata con sentenza resa nel procedimento Hirsi più altri c. Italia della Grande Camera della CEDU nel 2012. 

Si consideri, altresì, che molti dei passeggeri dell’Aquarius sono presumibilmente rifugiati o richiedenti asilo, ed il rifiuto di farli approdare in Italia configura la violazione dell’articolo 33 della convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951 e dell’articolo 4 del quarto protocollo della Convenzione europea dei diritti umani, da cui discende il principio di non refoulement, che si traduce nell’obbligo di non trasferimento, diretto o indiretto, di un rifugiato o di un richiedente asilo in un luogo nel quale la sua vita o libertà sarebbe in pericolo a causa della sua razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o opinioni politiche.

La previsione del non-refoulement si traduce dunque de facto nell’obbligo di consentire un accesso e una protezione temporanei, quantomeno fino a quando non sia possibile individuare una soluzione rispettosa della normativa internazionale, nei confronti di chi chiede ospitalità per preservare la propria integrità fisica e la propria libertà. Quegli stessi diritti fondamentali tutelati dal principio espresso nel divieto di respingimento sono stati violati e messi a repentaglio da un inutile ritardo nell’individuazione del porto sicuro.

Ritardo cagionato dal provvedimento del Governo italiano di chiudere i porti alla nave Aquarius in mancanza di un valido motivo. Ritardo, ancora, che peserà sull’Italia qualora le protratte condizioni di emergenza a bordo dovessero comportare conseguenze drammatiche ed ulteriori per l’incolumità di chiunque a bordo.

Le persone soccorse vertono, infatti, in evidente necessità di cure mediche urgenti, nonché di generi di prima necessità (acqua, cibo, medicinali), e tali bisogni non possono esser soddisfatti in alto mare. Le condizioni alle quali gli stessi sono stati sottoposti determinano l’esposizione di uomini, donne e bambini ad un reale trattamento disumano e degradante in violazione dell’art. 3 cedu e ad un serio rischio per la loro vita in violazione dell’ art. 2 ced).

Sotto il profilo del diritto penale, l’obbligo di prestare soccorso configura una precisa prescrizione giuridica, la quale non può essere disattesa. La condotta tenuta dall’MRCC di Roma, sul punto, integra almeno la fattispecie dell’omissione di soccorso ai sensi dell’art. 593 c.p. A ciò si aggiunga che se dal ritardo dell’ingresso fossero derivate (o dovessero derivare) morte o lesioni in capo alle persone a bordo, ciò integrerebbe fattispecie penali autonome, quali omicidio o lesioni, che sarebbero imputabili a tutta la catena di comando italiana in ragione dell’evidente dovere giuridico di salvaguardia della vita che incombe sul Paese che coordina i soccorsi.

Ecco perché MGA ritiene gravissima la decisione di chiudere i porti italiani, misura meramente estemporanea e non rivolta a risolvere il problema politico alla base dell’emergenza umanitaria. Tale decisione realizza unicamente un atto di forza, che disattende e viola le norme internazionali sui diritti umani e sulla protezione dei rifugiati. Rappresenta, infatti, da parte dell’Italia un esercizio, sia in punto di diritto che di fatto, di poteri idonei ad incidere sul godimento effettivo di diritti elementari da parte dei migranti che si trovano a bordo della nave.

Una evitabile emergenza umanitaria di cui il Governo è responsabile, proprio in ragione delle norme che riconosco competenza nella gestione di quei migranti alla giurisdizione italiana e che raggiunge il paradosso con il trasporto su navi della Marina Militare italiana di quei naufraghi fino in Spagna. 

Nonostante il chiaro dato normativo e gli obblighi assunti in sede internazionale, il Governo ha preferito lanciarsi in insensato ed infondato confronto di forza con l’Europa, rifiutando, con pericolosa arroganza, la responsabilità istituzionale, che avrebbe imposto di discutere la gestione dei flussi migratori nelle sedi europee.

La difficile situazione in cui l’Italia versa nell’affrontare l’emergenza migratoria dalle coste del Nord Africa, infatti, discende dal principio sancito nel Regolamento UE 604/2013 (Regolamento di Dublino III), che vincola la competenza per l’esame delle domande di protezione internazionale al Paese di primo ingresso. Un siffatto sistema ha determinato da un lato il carico eccessivo per i Paesi di confine che affacciano sul mediterraneo ( Italia e Grecia), limitando, altresì, la possibilità per i migranti di stabilire la propria residenza in altri Paesi dell’Unione con maggiori possibilità di accoglienza ed integrazione – specie lavorativa – rispetto all’Italia. 

A questo vincolo iniquo ed afflittivo si è cercato di ovviare attraverso la proposta formulata in commissione Libe, la commissione del Parlamento europeo competente su Libertà civili, Giustizia e Affari interni. Il testo, approvato dal Parlamento a novembre 2017, abbandona il criterio dello Stato di primo ingresso e suddivide i richiedenti asilo fra tutti i paesi membri in base a un sistema permanente di quote. Il Parlamento quindi applica l’art. 80 del Trattato sul Funzionamento della Ue, che in materia di migrazione impone il “principio di solidarietà ed equa ripartizione della responsabilità tra gli Stati membri”, anche (e non solo) sul piano finanziario.

La proposta è attualmente oggetto di negoziati tra il Parlamento e il Consiglio della Ue, istituzione che, rappresentando gli stati e non l’Unione, è espressione di interessi politici molto variegati. E qui emerge l’enorme strumentalizzazione propagandistica che la Lega ha operato sull’emergenza migranti. In commissione, infatti, si è astenuta dal voto (mentre il M5S ha votato contro) ed il Governo ha già anticipato un voto contrario dell’Italia, dimostrando di voler fuggire le soluzioni efficaci ed istituzionali per cedere a becere manovre che mettono a repentaglio la vita delle persone.

MGA Dipartimento Diritti Umani  

Francesca Pesce - Valentina Martini





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