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ESECUZIONE PENALE: INACCETTABILE LA MANCATA ATTUAZIONE DELLA RIFORMA, PIENA ADESIONE ALL'ASTENSIONE DEL 2 E 3 MAGGIO.


Francesca Pesce, Dipartimento Diritti Umani MGA    19/04/18


La riforma in materia di esecuzione penale probabilmente non vedrà mai la luce.

La conferenza dei capigruppo della Camera dei Deputati l’11 aprile ha deciso che la propria commissione speciale – istituita nelle more della formazione del nuovo Governo e delle commissioni parlamentari per risolvere le questioni urgenti ed in sospeso - non esaminerà la riforma dell’ordinamento penitenziario e con molta probabilità la medesima commissione in Senato assumerà identica decisione.

Prendiamo atto che sono prevalse le questioni di opportunità politica ed a farne le spese, ancora una volta, sarà il fronte dei diritti, della dignità e la prospettiva di un sistema giustizia equilibrato e consapevole. 

Dodici i provvedimenti demandati all’esame della commissione speciale, tra i più vari e disparati, un solo assente: il decreto contenente norme di attuazione alla legge n. 103/2017 in materia di esecuzione penale. 

La riforma Orlando, che nel quadro complessivo ha introdotto copiose novità in materia penale, viene così caducata di quel complesso normativo che l’Italia attendeva da quarant’anni e che ci era già costato sanzioni dall’Unione Europea ed una fase di monitoraggio voluta dalla Corte EDU e conclusasi solo dopo l’avvio delle procedure di riforma. 

Era l’8 gennaio 2013 quando la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo con la sentenza Torreggiani e altri c. Italia, ( ricorsi nn. 43517/09, 46882/09, 55400/09, 57875/09, 61535/09, 35315/10, 37818/10,) con decisione assunta all’unanimità condannava l’Italia per la violazione dell’art. 3 della Convenzione Europea dei diritti umani, per i trattamenti inumani e degradanti subiti dai detenuti. 

Il problema strutturale del disfunzionamento del sistema penitenziario italiano venne valutato dai giudici di Strasburgo come un problema strutturale di legislazione dello Stato italiano, ragione per cui la Corte EDU, oltre a condannare l’Italia indicò, nel dispositivo, le misure più idonee che lo Stato avrebbe dovuto adottare per porre rimedio alla problematica.

A distanza di 5 anni e nel più vasto quadro complessivo della legge di modifica al codice penale, di procedura penale e all’ordinamento penitenziario, l’Italia è riuscita ad approntare le modifiche necessarie per riportare l’esecuzione penale entro una cornice di legalità costituzionale e sovranazionale dopo le umilianti condanne europee.

La riforma, partendo dal principio costituzionale enunciato dall’art. 27 mira a dare concreta esistenza alla funzione rieducativa della pena, costruendo un sistema di misure alternative alla detenzione che tenga conto dell’evoluzione personale del condannato rimettendo al centro del dibattito non solo giuridico ma anche sociale, la magistratura di Sorveglianza, non più relegata al ruolo di secondini dell’esecuzione penale. 

Una norma di dignità quella espressa nel testo della riforma, che si muove nell’alveo di alcuni punti cardine:
• semplificazione delle procedure per le decisioni del magistrato e del tribunale di sorveglianza, anche con la previsione del contraddittorio differito ed eventuale, fatta eccezione per le decisioni riguardanti la revoca delle misure alternative alla detenzione;
• revisione di modalità e presupposti di accesso alle misure alternative e delle preclusioni all'accesso ai benefici penitenziari;
• previsione di attività di giustizia riparativa;
• aumento di opportunità di lavoro retribuito intramurario ed esterno e di attività di volontariato;
• interventi a tutela delle donne recluse e delle detenute madri.

Il decreto legislativo emanato dal Governo Gentiloni a seguito della legge delega parlamentare disegna un sistema penitenziario atto a favorire l’effettivo esercizio da parte dei soggetti dentenuti di alcuni importanti diritti fondamentali che neppure lo status detentionis può del tutto comprimere. 

La carcerazione, in uno Stato di diritto, non rappresenta un momento immutabile di afflizione e pena, ma un’occasione data al reo di reinserirsi nella società.

In quest’ottica lo spostamento del baricentro dell’esecuzione penale verso le sanzioni di comunità e più in generale verso la implementazione delle misure alternative alla detenzione rappresenta l’unico reale strumento per garantire la certezza della pena ed il commisurato interesse punitivo senza aggredire e ledere la dignità umana del reo, che è l’unità di misura della civiltà di uno Stato.

Eppure tutto ciò non è bastato affinchè la riforma, giunta ad un passo dal varo definitivo, fosse approvata, stritolata in un gioco perverso di maggioranze eterogenee e difformi prima, messa all’angolo da un Parlamento a trazione destra-M5S poi, questi ultimi notoriamente inclini a strumentalizzare le paure ancestrali dei cittadini per l’adozione di politiche reazionarie.

E così toccherà alle commissioni giustizia di Camera e Sanato, solo dopo la nascita del nuovo Governo, rimettere in discussione la riforma sull’esecuzione penale, entro il 3 agosto 2018, data in cui scadrà la delega parlamentare e saranno vanificati gli sforzi ed il lavoro fatto per adeguare il sistema dell’ordinamento penitenziario a più alti standard di civiltà.

Nel frattempo gli avvocati continueranno a lottare nel fango cercando di abbattere il muro del silenzio e dell’oblio che attanaglia l’universo carcerario, in attesa dell’ennesima condanna della Corte Europea dei diritti dell’uomo.

MGA non rimarrà all’angolo, a guardare la disfatta delle garanzie civili e costituzionali nel nostro Paese.

Ecco perché raccogliamo l’appello dell’Unione delle Camere Penali Italiane di adesione all'astensione dei prossimi 2 e 3 maggio, e di indire una mobilitazione che coinvolga tutte le rappresentanze dell’avvocatura affinchè le forze politiche ed istituzionali, mettendo da parte le ragioni di mera opportunità politica, si determinino nel pretendere che i Decreti legislativi approvati dal Consiglio dei Ministri siano inseriti all’ordine del giorno delle commissioni speciali di Camera e Senato.
E rilanciamo: uno Stato che non riesce a realizzare gli interessi e le tutele delle garanzie civili che la Costituzione della Repubblica Italiana prevede ed impone, ma che si contorce per approvare norme parassitarie a garanzia di interessi particolari, rappresenta una degenerazione istituzionale, contro la quale tutti siamo chiamati a lottare.

Riconoscere il valore e la portata giuridica del complesso normativo sull’esecuzione penale, riconoscere la capacità rieducativa delle misure alternative alla detenzione, riconoscere il valore deflazionante in materia di recidiva del reato dimostrato dalle statistiche, significa mettere al centro delle politiche di questo Paese gli interessi generali di tutti.

Siamo convinti che la sicurezza dei cittadini si garantisca solo costruendo modelli rieducativi e non con il manganello in mano, da adoperare sui deboli, lasciando indenni i potenti, certi che il diritto sia la pietra angolare della società e nessun equilibrio sociale sarà mai possibile se non si darà il giusto contributo a che la giustizia si adoperi e sia strumento per la costruzione di una società egualitaria e scevra da abusi e soprusi.

Dipartimento Diritti Umani MGA

Francesca Pesce





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